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Editoriale di Febbraio 2004

Addio Marco
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di Marianna Mangone

"Sono stato un genio in qualcosa di più che nel sogno e un qualcosa di meno che nella vita. La mia tragedia è questa: essere l'atleta che è caduto un attimo prima del filo di lana, mentre guidava la corsa" - Fernando Pessoa -

Non è facile parlare della morte di Marco Pantani. Un po' perchè la notizia è ancora troppo fresca, troppo recente, da non sembrare addirittura vera, reale: siamo tutti ancora attoniti, sbigottiti, come se aspettassimo da un momento all'altro che qualcuno ci venga a dire che è stato tutto uno scherzo, anche se di pessimo gusto.
Un po' perchè la fine così tragica di questo ragazzo di 35 anni agita dentro una serie di emozioni così forti e contrastanti che è difficile riuscire ad esternarli senza rischiare di cadere nel retorico e nello scontato: un misto di paura, di tristezza e di rabbia che si agita dentro e ti lascia l'amaro in bocca.

Sì, perchè la morte di Marco fa paura. Paura perché siamo sempre più abituati a considerare gli atleti come i nuovi eroi senza macchia e senza paura, uomini forti e imbattibili a cui non si permette una debolezza, un incertezza, che non possiamo credere che sia stato proprio il primo della classe a finire così e così male. Paura perchè in questa Società dell'apparenza siamo così convinti che basti la fama e la gloria a dare la felicità, che non riusciamo a pensare che non sia stato sufficiente essere stato "il Pirata" per riempirgli la vita e l'esistenza anche a telecamere spente.

Ma oltre la paura, la morte di Marco fa anche tristezza. Tristezza perchè oltre l'Atleta non puoi fare a meno di pensare anche all'Uomo, a quel ragazzo fragile devastato dalla solitudine e dalla malinconia, a cui avevano tolto il sorriso, l'entusiasmo, la forza di sognare e di sperare. Tristezza perchè capisci che anche se sei stato uno dei più grandi, alle fine si muore sempre da soli, come qualsiasi altra persona, o forse anche peggio...

Ma poi arriva, inesorabile, anche la rabbia, tanta rabbia. Rabbia perchè non puoi credere che lui, proprio lui, abbia mollato così, al primo tornante, prima ancora di vedere il traguardo, la fine della salita; che proprio lui stavolta non c'abbia creduto fino in fondo, come invece questo sport t'insegna a credere.
Rabbia perchè Pantani era diventato quasi uno che conoscevi, un amico, un compagno, e quando vieni a sapere che uno che conosci, anche solo di sfuggita, ha smesso di lottare, ti senti sconfitto anche tu, e non puoi farci niente.

E' colpa del doping, del mondo del ciclismo, dei dirigenti, degli amici che lo hanno abbandonato, della droga? Non lo so. In questi momenti trovare un motivo, un colpevole, un capro espiatorio sembra indispensabile, anche solo per potersela prendere con qualcosa o con qualcuno, e non dover ammettere nemmeno per un momento che possa essere stato davvero lui a volerlo. Ma forse non serve a nulla rincorrere tutti questi fantasmi: forse è stato uno di questi motivi, forse tutti insieme, non credo lo sapremo mai.

Credo sia però doveroso per una volta smettere di parlare, di discutere, di urlare, e rimanere per qualche attimo in silenzio, a ricordare quanto fragile può essere la vita, seppur bella, entusiasmante, eclatante come quella di Marco... a ricordare quel piccolo uomo che su una bicicletta è riuscito a far sognare il mondo, ma che ha smesso di sognare troppo presto... a ricordare Marco Pantani, non il Pirata, ma il ciclista, quello che come tutti noi amava le due ruote e non sapeva rinunciare ad una vita sui pedali...

Ciao Marco

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